Perdere la speranza ? … Mai !

Perdere la speranza ?… Mai! di Don Pino Pellegrino

[ ….] La speranza, la grande malata di oggi. Senza speranza, muori. Noi diciamo spesso che “ finché c’è vita c’è speranza “; invece sarebbe più giusto dire che “ finché c’è speranza c’è vita ”…. Il contadino semina perché ha speranza che il seme produca frutto, il pescatore va a pescare perché ha speranza di prendere qualche pesce. La speranza è il pilastro della vita, ciò che regge la vita … oggi questa virtù è la grande malata. Dobbiamo parlarne, sotto quattro diversi aspetti.
Il primo punto da tenere fermo è questo: Da dove nasce la speranza ?
Il secondo: Cosa produce la speranza ?

Il terzo: Quali sono le caratteristiche tipiche della speranza cristiana?
E da ultimo, parlerò dei doveri verso la speranza.
1) Da dove nasce la speranza?
La speranza ha un padre e una madre. Il padre della speranza si chiama ottimismo. La speranza non può essere catastrofica, è ottimistica per natura.
Il pessimismo è sterile: i salici piangenti non hanno mai avuto fortuna. L’ottimismo è un grande valore perché senza di esso non si fa un passo. L’ottimismo è una virtù iscritta dentro, infatti l’uomo nasce con una visione positiva della vita; saranno poi l’ambiente e le circostanze che a renderla negativa. Ma essere pessimisti significa andare contro-natura. La speranza pensa in positivo, parla in positivo, vede in positivo.
a) La speranza pensa in positivo. L’uomo è programmato per togliersi d’impaccio. I te

mpi odierni non sono forse piacevoli, però l’uomo è progettato per superarsi; per credere che, anche se oggi le cose vanno male, domani cambieranno in meglio.
b) La speranza parla in positivo. Vi sono dei genitori che parlano in negativo perché non sanno vedere che ogni figlio è una speranza di possibilità pressoché infinite.
La speranza dice: << Coraggio! Ce la farai la prossima volta, non perderti d’animo! Le nubi passano, il cielo resta! >>. Questo è un parlare che dà la carica, che permette a un ragazzo di migliorare e di crescere. Un padre e una madre che usano parole invalidanti uccidono la speranza che c’è nel figlio. Dire: << Stupido, imbranato, cretino! >> è azzerare la volontà del ragazzo, è togliergli la speranza.
c) La speranza vede in positivo. Anche nell’uomo più malandato esiste un 2% di buono. La speranza vede questo e fa leva sul bene che c’è in ognuno. Quando si pensi che un uomo non possa riprendersi, è finito. Chi non spera, aspetta solo di morire. Gesù non ha mai disperato di nessuno, e in tutti ha visto la possibilità di un po’ di bene. Ditemi quanto è simpatico stare con un uomo che spera, e quanto è disastroso vivere con una persona che dispera.

– La speranza ha poi una madre che si chiama grinta. Essa è oggi anemica perché siamo scarsi di “grinta ”. Solo chi ce l’ha, tiene duro. Il disastro odierno sta nel fatto che stiamo allevando dei ragazzi che hanno la grinta del pesce bollito. Don Mazzi ha detto: <<Vorrei gridare ai politici, ai preti e agli educatori che in Italia si sta diffondendo una grave malattia che si chiama: l’infarto della volontà >>. I ragazzi non hanno grinta perché trovano tutto fatto, tutto risolto. La maledizione peggiore che si possa dare a una persona in crescita è quella di permettergli di fare tutto quello che gli pare e piace. << Fa’ sempre quello che è più facile >> è la peggior maledizione che possiamo “inviare” a un ragazzo, perché continuerà a vivere con i denti da latte. Quando un ragazzo dice di non farcela, va incoraggiato a ritentare ancora una volta, a “giocare ancora una carta”. Dire un qualche “no” ai figli è volere soltanto il loro bene. Dando ai bambini subito “il tutto fatto” rubiamo loro il desiderio. Oggi i ragazzi non desiderano più perché è inutile desiderare: non hanno neppure il tempo di pensare ai regali di Natale, perché già prima qualcuno ha risolto il loro problema. Rubare il desiderio è un vero problema, è una cosa pericolosa perché significa togliere la tensione, gli sforzi per riuscire. L’ostacolo aiuta a tirar fuori la grinta. La vita è una sfida. Nella vita tutti hanno una sfida: lo scalatore della montagna sfida la vetta, il pugile sfida l’avversario, il marinaio sfida il mare… Il santo, l’uomo riuscito sfida se stesso. Il Vangelo di oggi ci ha parlato del diavolo che ha sfidato Gesù, e ci ha fatto vedere come Gesù vince la sfida del potere, dell’avere e dell’apparire.
2) Cosa produce la speranza?
– La speranza produce energia psichica. Finché una persona ha speranza, ce la mette tutta. Un grande filosofo del secolo scorso che si chiamava Theilard de Chardin ha dettato un elenco di “energie spirituali”. Egli ha scritto che la prima energia è la gioia; la seconda è l’amore; la t

erza energia spirituale è la speranza.
Chi spera fa delle cose straordinarie. Don Carlo Gnocchi è stato un cappellano militare che ha seguito gli alpini nella ritirata russa: 650 chilometri nella steppa a 40° sotto zero. Nel suo testo “La persona umana” ha scritto che finché un soldato aveva la
speranza di abbracciare la moglie e di baciare i figli teneva duro e superava difficoltà ai limiti dell’impossibile. Quando invece qualcuno pensava di non farcela più, si toglieva la vita. << Finché c’è speranza, c’è vita”. La parola coraggio non va mai cancellata dal vocabolario. Un padre e una madre che non sanno dare speranza ai loro figli, non sono educatori; così come la sabbia non è farina, come l’aceto non è il vino. Educare è dare speranza. Gli insegnanti che tolgono la speranza ai loro alunni, non sono degni di insegnare; occorre sempre lasciare una porta aperta: “Non sei bravo in un campo, ma potrai riuscire in un altro”.
– La speranza ci libera poi dal “complesso del gambero”, dal vivere in retromarcia, dal “torcicollo” di chi guarda sempre indietro verso i “bei tempi passati”. Anche se in passato vi erano aspetti migliori della realtà, è da poco intelligenti sempre guardare indietro. Già ai tempi di Socrate, e ancor prima in un coccio babilonese, i nostri antichi progenitori si lamentavano: <<I nostri giovani sono marci, malvagi, maleducati… Chissà dove arriveremo!>>. Da quei tempi, son trascorsi più di tremila anni. Non guardiamo dunque solo al passato ma in avanti.
– La speranza, infine, produce un uomo simpatico e gradevole. Chi spera vede i doni de

lla vita e non le batoste, vede i fiori del giardino e non le foglie che cadono; non cerca i difetti ma i rimedi, non dice mai “ormai”. L’uomo che spera cammina come se avesse sempre il cielo in tasca.
3) Le caratteristiche della speranza cristiana
– È una speranza ben fondata. Il cristiano non spera “certe cose” ma “cose certe”. L’aldilà non è una nocciolina americana ma una certezza. Più che un vago desiderio, la speranza cristiana è un attendere con certezza perché essa è fondata sulla Parola di Dio, su una roccia.
– Karl Marx ha scritto molto sulla speranza, ma ciò che ha additato è stato un fallimento. La nostra speranza è fondata sulla certezza che Dio non ci prende in giro. Noi non speriamo solo in avanti, ma in alto. La speranza cristiana va sul sicuro, perché è verticale e non cammina solo orizzontale verso il “bel sol dell’avvenire”. Il credente non distrugge nulla di orizzontale, ma guarda lassù. San Paolo dice: << Se noi riponessimo la nostra speranza soltanto in questo mondo, saremmo da compiangere più di tutti>>.- La speranza cristiana, infine, è universale: c’è speranza per tutti. Non c’è nessuno che è predestinato al fallimento.
4) Doveri verso la speranza
– Il primo dovere è quello di continuare a credere nella speranza. Rosanna Benzi è stata una donna che, per una grave insufficienza polmonare, ha vissuto per 29 anni immobilizzata in un polmone d’acciaio. Ha scritto un libro che si intitola “Il vizio di vivere”, e consigliava a tutti di non perdere mai “il vizio di sperare”.
– Il secondo dovere è quello di dilatare la speranza. Bastano pochi gesti positivi: quando una persona sorride, quando si fa un dono, quando salutiamo qualcuno
allarghiamo la speranza perché riconosciamo l’unicità dell’altro e gli comunichiamo che al mo

ndo c’è ancora bontà,- Il terzo dovere è quello di “saper rendere ragione della nostra speranza”, come dice San Pietro nella sua prima lettera. Rende ragione della speranza chi non crede soltanto col cuore ma anche con la testa. Chi va in chiesa si toglie il cappello ma non il cervello. È una persona che sa perché crede. Occorre avere, come credenti, anche una competenza culturale.

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